IL MONDO IN UNA STANZA
La notizia della laurea a pieni voti alla Lumsa di Aisha, ragazza senegalese supportata nella prima annualità del progetto Articolo 34, è una buona occasione per tornare in via degli Astalli per i consueti aggiornamenti.
Incontriamo padre Camillo Ripamonti e Maria Josè Rei Merodio, giovane consacrata che al Centro Astalli segue nel loro percorso gli universitari. Attraverso il loro racconto, ripercorriamo l’evoluzione dell’attività di accoglienza, il cui scopo principale è quello di accompagnare all’autonomia le persone che a loro si rivolgono.
Il supporto offerto ai giovani universitari è una fase ulteriore dell’attività di accoglienza del Centro. Si tratta di giovani rifugiati che arrivano in Italia con un permesso di studio e spesso con un percorso di formazione già avviato nei campi profughi di Paesi terzi. Con il tempo e l’esperienza, l’accompagnamento da parte di chi li segue è andato sempre più personalizzandosi sulle necessità di ciascun giovane. L’aiuto che viene fornito permette loro, tra le altre cose, di conoscere e quindi utilizzare tutti gli strumenti cui hanno diritto in qualità di giovani rifugiati con permesso di studio, risolvendo spesso problemi che altrimenti ne bloccherebbero il percorso.
La vivacità e lo spirito di intraprendenza che trapelano dalle parole di Maria Josè non possono lasciare indifferenti: i volti e le storie di alcuni dei 500 e più giovani accolti e seguiti in questi anni prendono vita e si viene inevitabilmente coinvolti da questo racconto appassionato.
Si coglie quanto sia strategico il mettersi in rete con altre realtà locali, così da rendere disponibili risorse ulteriori oltre a quelle che Astalli può offrire, ad esempio spazi tranquilli presso congregazioni religiose dove vivere e studiare. Un’altra buona pratica messa in atto è quella di far convivere i giovani accolti con coetanei italiani, che pure faticano a trovare un alloggio. Questi ultimi, in cambio dell’ospitalità e della sistemazione trovata dal Centro, danno una mano ai giovani stranieri a inserirsi nel nostro Paese, a partire dalla gestione delle pratiche burocratiche. Uno degli obiettivi è rendere i beneficiari di questi corridoi universitari protagonisti attivi e non semplici destinatari passivi di quanto loro offerto. In quest’ottica va interpretata la richiesta che viene fatta loro di “donare” 100 ore ad attività di volontariato. Possono anche essere piccole attività, come ci dice Maria Josè, ma sono importanti per l’acquisizione del senso di responsabilità e di autostima e per far emergere risorse latenti.
È così che ora il centro Astalli può raccontare anche storie di giovani che, una volta stabilizzata la propria situazione, si prestano per dare a loro volta aiuto a chi oggi si trova nella situazione in cui loro si sono trovati in passato.
A termine del colloquio, come ogni volta, incontriamo ospiti e volontari là dove svolgono la loro attività: alcuni addetti alla mensa, un medico presso l’infermeria/dispensario farmaci, qualche mediatore culturale, una mamma fuggita dal Sudan che accudisce il suo piccolo di 9 anni, in condizioni di disabilità. Affacciandoci nell’aula dove è in corso la lezione di italiano si respira pienamente lo spirito dell’Astalli: vi si trovano persone da una dozzina di Paesi diversi. Con un sorriso, una giovane ucraina ci dice che ha proposto lei alla ragazza russa che le siede a fianco di frequentare il corso, perché è bello e lì si trova bene.
Ogni volta che si esce dalla porta verde di via degli Astalli 14 si ha l’impressione di avere incontrato il mondo con le sue fatiche e le sue tragedie, ma anche un’umanità che, nel chiasso della città, si mette silenziosa e instancabile a fianco di chi, più fragile, ne è vittima.


